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L'immagine della disabilità nella cultura e nei media

Di seguito presentiamo alcuni numeri monografici della rivista “HP Accaparlante” del
Centro Documentazione Handicap di Bologna che trattano l'immagine della disabilità
nelle diverse forme della letteratura e del cinema.
Di ogni numero monografico della rivista riportiamo l'editoriale e il sommario, rimandando al
sito dell'Associazione C.D.H. di Bologna sopra indicato dove è possibile leggere integralmente
gli articoli ed eventualmente scaricarli in formato Word.

 

 

  • Narrare ed informare sull'handicap acquisito, “HP Accaparlante”, 1999, n. 72
  • Il Magico Alvermann, “HP Accaparlante”, 1999, n. 67
  • Letteratura per infanzia e diversità, “HP Accaparlante“, 2000, n. 74
  • Umano è. Come la fantascienza racconta l'universo-handicap, di Daniele Barbieri – “HP Accaparlante”, 2001, n. 79
  • Nuvole diverse. Per un vocabolario dell'handicap e fumetto - “HP Accaparlante”, 2002, n. 84
  • Immagini latenti. Cinema e disabilità. Monografia, “HP Accaparlante”, 2003, n. 3
  • Disabili, storie a confronto "Cinema e Handicap"
  • Speciale. Mostra Internazionale del Cinema di Venezia 2004
  • Cinema e disabilità
    • Narrare e informare sull'handicap acquisito, editoriale di Nicola Rabbi

      Narrare ed informare sull'handicap acquisito, “HP Accaparlante”, 1999, n. 72

      Sommario:
      Editoriale di Giovanna di Pasquale
      •  L'unità del deficit la pluralità delle vite, di Giovanna Di Pasquale
      •  Una lunga camminata sotto la pioggia, di Rosanna Benzi
      •  Lo scafandro e la farfalla, di Jean-Dominique Bauby
      •  Fumetti con handicap: quando la figura è in sequenza, di Cesare Padovani
      •  Cinema e handicap acquisito , di Carlo Canetta
      •  Figli deformi se usi l'ecstasi , di Viviana Bussadori
      Se l'informazione passa sul web, di Nicola Rabbi

      Lo si indica un po' tecnicamente con il termine di handicap acquisito e, come tutte le definizioni che si basano su poche parole, rischia di diventare un'etichetta che si appiccica a quelle persone che, nel corso della vita per via di un incidente o di una malattia, sono diventate disabili.
      Persone quindi che non sono nate con un deficit, persone che hanno un prima e un dopo da confrontare. Un dopo che si presenta sempre tragico e insopportabile ma che, con il passare del tempo, può portare delle novità - può sembrare assurdo - positive.
      Non per tutti. Non tutti passano per la strada dell'accettazione della diversa condizione, una strada che conduce alle parti più intime del sé e nei rapporti con gli altri.
      Quando la redazione di HP in collaborazione con Alfa Wassermann, ha deciso di dedicare un numero monografico a questa tematica sapevamo già che l'avremmo fatto passando attraverso percorsi nuovi.
      Come Centro di Documentazione avevamo sotto mano le pubblicazioni e le riviste di settore e avevamo un'idea chiara di quanto era stato fatto. Innanzitutto le guide e i manuali - utilissimi - fatti da medici e/o pazienti che danno indicazioni tecniche e psicologiche su come affrontare i vari aspetti del problema; come risolvere i problemi di incontinenza? E quelli relazionali? Cosa fare per la mobilità? E così via. Anche le riviste specializzate trattano soprattutto certi argomenti come la vita indipendente, la domotica, la riabilitazione, le esperienze dirette...
      Partendo da queste conoscenze abbiamo progettato un numero molto particolare, che è costato molti sforzi interni ed esterni al gruppo redazionale.
      Siamo partiti dalla constatazione che migliorare la qualità della vita di un disabile, non significa solo aiutarlo da un punto di vista tecnico ma anche CULTURALE; l'ausilio medico deve essere supportato anche da altro, da solo non basta, occorre aiutare la persona svantaggiata a ricostruirsi un proprio progetto di vita e questo può essere fatto passando attraverso la cultura, la relazione, la messa in discussione degli stereotipi. Questa vale anche per il sostegno psicologico che da solo non basta ma va messo in relazione a molte altre cose. Questa scelta è anche coerente con il nostro metodo di lavoro e con la nostra esperienza che ci ha portato a privilegiare l'approccio culturale piuttosto che quello medico e tecnico.
      Abbiamo così deciso di parlare di handicap acquisito (ritorniamo così per comodità alla nostra etichetta) attraverso la NARRAZIONE e l'INFORMAZIONE, altri due percorsi a noi abituali.
      Il narrare, si sa, può essere il mezzo attraverso cui si possono dire cose di cui si ha paura parlarne o di cui non se ne viene a capo perché sono oscure e misteriose. E le narrazioni che vi proponiamo utilizzano generi molto diversi tra loro: la letteratura, il fumetto e il cinema.
      Attraverso l'analisi di una serie di scritti autobiografici (di cui vi proponiamo anche due stralci) abbiamo cercato di capire il ruolo che il corpo, il tempo, la memoria e la quotidianità giocano nella vita di queste persone. Attraverso la rassegna di una serie di film abbiamo analizzato il modo in cui il cinema ha affrontato il tema, così spesso legato alle storie dei reduci di guerra.
      Se un'analisi di questo tipo attraverso il genere letterario e quello cinematografico ha già dei precedenti, quella che facciamo attraverso il fumetto è proprio originale; il fumetto così relegato nell'immaginario comune al mondo dei bambini o a quello di avventura, mostra di essere in molti casi vicino alla tematica, magari proprio quando si parla di supereroi. Le capacità del fumetto di esprimere anche solo nello schizzo di un volto tutto un "lungo racconto" sulla vita di un disabile (racconto libero oppure impermeato di pregiudizi), ci ha portato a proporre alcune strisce degli autori che si menzionano nell'articolo.
      Infine l'informazione; nell'atto di informare già plasmiamo la persone che ci leggono; suggeriamo delle idee che a loro volta andranno a rafforzare o a indebolire certe convinzioni e pregiudizi. Anche se non c'è unanimità in questa affermazione, pensiamo comunque che in una società dell'informazione quale è quella in cui viviamo, dove la merce più preziosa è diventata l'informazione ed è povero chi ne è escluso, sapere che tipo di informazione viene data dai mass media sul tema dell'handicap acquisito, è un punto centrale.
      Lo abbiamo fatto realizzando un monitoraggio degli articoli apparsi su cinque quotidiani nazionali per un periodo di un mese e mezzo. Abbiamo, infine, ripetuto la stessa operazione, naturalmente con modalità molo diverse, analizzando l'informazione che passa attraverso i siti web dedicati all'argomento (con un occhio anche alla padronanza dimostrata nell'uso delle nuove tecnologie).

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      Il Magico Alvermann – “ HP Accaparlante”, 1999, n. 67

      Magico Alvermann, numero monografico su letteratura e diversità. Una scelta di brani letterari guidata e commentata per entrare in contatto con le forme che la diversità presenta.
      Mondi letterari che in modo simbolico e per questo ancora più reale aiutano a conoscere e a riflettere sulla diversità esterna e tangibile e su tutte quelle tracce di differenza che sono forme di noi (G.d.P.)

      Sommario:
      • Il Ponte di Franz Kafka
      • Sentinella
      di Frederic Brown
      • Il piccolo principe cannibale
      di Francoise Lefevre
      • Il ragazzo Punk
      di Tonino Guerra
      • Il ponte sulla Drina
      di Ivo Andric
      • La casa di Asterione
      di J.L.Borges
      • Il rumore dei passi della gente
      di Y.Kawabata
      • La città e gli occhi
      di Italo Calvino
      • E' poca cosa il pianto
      di Emily Dickinson
      • Cristalli Sognanti
      di Theodore Sturgeon
      • L'Ombrosa
      di Elias Canetti
      • Di nuovo lunedì
      di Susanna Tamaro
      • In Fuga
      di Ann Michaels
      • Frantumi
      di Binjamin Wilkomirski
      • La scoperta della lentezza
      di Sten Nadolny
      • Mormy
      di Alessandro Baricco
      • Il giovane Holden
      di J.D.Salinger
      • Mamma morfina
      di Eros Alesi
      • L'occhio del lupo
      di Daniel Pennac
      • Il poeta continua a tacere
      di Avraham B. Yehoshua
      • Voglio tornare a casa
      di C.Voigh
      • Perché la letteratura?
      Editoriale di Giovanna di Pasquale

      La strada letteraria è una buona scelta per affrontare un percorso intorno al tema della diversità. Aiuta a visitare molti luoghi, attraversandoli come sappiamo e vogliamo fare.
      La letteratura offre l'occasione di straordinari incontri con le narrazioni, è il luogo della rivisitazione delle storie della vita quotidiana e di una possibile riappropriazione.
      Come ricorda lo scrittore Ferdinando Camon "che differenza c'è tra la vita e la storia?
      La prima si esprime come un racconto, la seconda si esprime come una scienza. La storia classifica, sistema e allontana; il racconto resuscita, rianima, attualizza
      ".
      È la vita a scrivere le storie e la letteratura rappresenta la lente che mette a fuoco queste storie.
      È una lente particolare capace di produrre una forma di comprensione nell'esperienza degli altri, in particolare quando quest'ultima ha segni e tratti tali da costruirle intorno un recinto di diversità.
      La letteratura permette di trovare richiami e collegamenti, di ascoltare le voci del mondo.
      È una strada forte perché indica una ricerca di senso dentro al fluire degli accadimenti e delle emozioni. Una sorta di riparo, rifugio seppur provvisorio che allevia la tensione del vivere e allontana la tentazione dell'oblio.
      Il senso di una narrazione è anche quello di immetterci in una prospettiva di compiutezza possibile, di inizio e fine e poi di nuovo e ancora, in una dimensione ciclica che può essere pensata e detta e che ritroviamo così forte in quel legame saldo ed inconsueto che si forma tra un autore amato ed il suo lettore.
      La letteratura è anche il campo di una prevedibilità rassicurante che si dipana con il ritmo del racconto, così avvincente nel suo contrasto ambivalente con le innumerevole e poco inquadrabili vicende umane.
      Le storie sono finite, la vita è in permanente costruzione. Ed è in questa ambiguità non risolvibile, "ambiguità preziosa al vivere", in questo incrocio di destini che risiede il richiamo perenne delle storie, perché, in fondo, interrogarsi sul senso delle storie significa interrogarsi sul nostro essere qui, sulla nostra solitudine e sull'incontro con gli altri. Su come si mettono insieme dei pezzi di noi e su come gli altri entrano in noi.

      • Quale idea di diversità
      Lo spicchio di realtà riproposto attraverso i brani scelti ed i commenti che li accompagnano ci parla di molte questioni.
      Senza avere pretese di sistematicità, anzi in forza di una rilettura soggettiva, essi ci mettono in contatto con la pluralità connessa al termine diversità, che viene qui declinato in molte delle sue possibili varianti.
      C'è la diversità evidente, fisicamente tangibile così emblematicamente rappresentata dal Minotauro; c'è la diversità immaginata, fondata sulla paura di ciò che non si conosce e per questo respinta ed osteggiata fino a negare qualsiasi vicinanza e similitudine (la sentinella); c'è la diversità dichiarata, orgogliosamente esibita anche pagandone il prezzo più alto (il giovane Holden).
      C'è la diversità propria, il nostro sentirsi e viversi diversi non solo rispetto all'unicità che ogni essere umano porta con se ma anche alla difficoltà di convivere con le parti meno rassicuranti e gratificanti di noi.
      Soprattutto ci sono i bambini, protagonisti quasi costanti di queste pagine. Che sono diversi perché prima di tutto sono soli, spesso nella maniera più brutale e dura ma anche nelle dimensioni più vicine e quotidiane.
      Gli adulti, tranne rarissime eccezioni, non sono capaci di averne cura e di sostenerli nell'impegno di diventare grandi.
      Gli adulti sono in crisi, a volte distanti e disattenti, in altre feroci e violenti.
      Ci sono anche i bambini che hanno subito violenza, vissuto l'esilio o la deportazione. Simboli di una diversità difficile anche solo da pensare, la diversità che rende diverso chi è più simile a noi, che ci ricorda ciò che noi siamo stati, che ci proietta nei sogni di vita futuri.
      Molti brani gettano un ponte verso queste situazioni estreme.

      • Il percorso attraverso il ponte
      Il ponte. È un'altra parola che torna. Ed è una parola importante nella sua semplicità e concretezza. Prospetta una via di collegamento (tra chi educa e chi è educato, tra me e l'altro, tra i quartieri di una città o le fazioni di un popolo....) che deve essere però attraversata. L'immagine del ponte implica una scelta da fare ed un percorso da compiere. Sì, si può raggiungere l'altra sponda possibilmente a passi saldi e tranquilli perché il ponte ci possa riconoscere come viaggiatori desiderosi di capire e noi guardarci intorno godendo di quell'essere ancora per un poco lungo il cammino, "tra" il punto di partenza e la meta a cui tendiamo.
      C'è molta fatica nelle pagine di letteratura che vi proponiamo ed anche acuto dolore. Intrecciate però a segnali di speranza. Ritrovata per caso, ricercata intenzionalmente ed accanitamente, conservata gelosamente. Ed emerge un legame tra questi spiragli e il senso della scrittura, occasione quest'ultima per "rintracciare trame sommerse oltre il tessuto troppo evidente" e per avvicinarsi e far avvicinare all'incandescente materia di cui sono fatti i desideri, le paure, i sogni delle donne e degli uomini.

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      Letteratura per infanzia e diversità, “HP Accaparlante“, 2000, n. 74

      Sommario:
      •  Piccoli lettori. La diversità nei libri della prima infanzia
      •  Piccoli lettori crescono. La diversità nei libri per ragazzi
      •  Yekutiel o del raccontare le differenze
      •  Kalle, Mattia,Ivan...e i loro nonni. Un percorso bibliografico sul rapporto tra nonni e nipoti
      •  Fatatrac, diversi libri diversi, di Arianna Papini
      •  Raccontare semplicemente una storia , a cura di Nicola Rabbi - Intervista a Guido Quarzo, scrittore per ragazzi
      •  C'è cavallo e cavallo di Lara Dattali. Una proposta del Progetto Calamaio per le scuole elementari e dell'infanzia
      •  Riduzione dell'handicap , di Andrea Canevaro

      Le facce della diversità nella letteratura infantile . Editoriale , di Annalisa Brunelli, Giovanna di Pasquale

      Questo numero monografico è dedicato al rapporto tra le forme della diversità e la letteratura per bambini e ragazzi; tra le molti possibili chiavi di lettura con cui accostarsi a questo tema vorremmo privilegiare l'idea di una letteratura intesa come luogo di rivisitazione della vita quotidiana. Con quest'ultima la letteratura conserva legami diretti in quanto serbatoio di storie reali e potenziali che la creatività e l'immaginazione a volte riprendono, rivedono o stravolgono sempre comunque individuando nella dimensione quotidiana un punto di riferimento.

      •  Ma che cosa è la quotidianità?
      E' qualcosa che ha a che fare con l'ordinarietà, la ripetizione, la routine. Tutta la nostra vita è intessuta di routines senza le quali diventerebbe impossibile vivere, pena reinventare, come novelli Robinson Crosue, le pratiche che contraddistinguono il passare dei giorni.
      Quotidianità è la dimensione in cui siamo immersi, che attraversiamo, dentro cui agiamo e reagiamo. Per questa sua "naturalità ed ovvietà" è la dimensione con cui facciamo più fatica a confrontarci; la comprensione dei meccanismi che la sostengono è sotterranea, spesso non ricercata così come non è scontato il farli venire a galla.
      Da molti punti di vista la quotidianità fatica ad affermarsi con valore, con senso e anche con piacere.
      Spesso è la rottura che in un qualche modo ci fa riprendere contatto con il quotidiano, promuovendo una forma di consapevolezza maggiore.
      Nella quotidianità noi conosciamo infatti anche la rottura dell'ordinario e del consueto: l'ignoto e la paura, la malattia e la morte, la nascita difficile e la convivenza con essa. Le forme di questa rottura si presentano a volte come evento inatteso e scioccante, a volte sotto il segno della cronicità e del non cambiamento e sono spiazzanti e difficili da interpretare.

      •  Quale rapporto tra la quotidianità e la letteratura?
      Partendo da queste riflessioni tra le molte valenze possibili, segnaliamo alcuni rimandi per noi particolarmente pertinenti rispetto al collegamento fra quotidianità e letteratura.

      •  La letteratura come catalogo
      Inventario del mondo che passa attraverso il rinominare le cose, il procedere alla conoscenza attraverso il linguaggio, il dare nome alle cose. E' un rifarsi continuo a quel primo atto creativo che ricorre così forte in molti miti e testimonianze arcaiche e che rivediamo ogni volta che un bambino impara ad impadronirsi del linguaggio come processo sociale e socializzante, che ha bisogno dell'altro per compiersi.

      •  La letteratura come mediazione verso la vicinanza con la propria e l'altrui esperienza
      Molti di coloro che amano leggere ed ascoltare storie sentono ciò che così efficacemente uno scrittore importante come Proust affermava: "solo attraverso l'arte possiamo uscire da noi, sapere che cosa vede un altro di un universo che non è lo stesso nostro e i cui paesaggi rimarrebbero per noi non meno sconosciuti di quelli che possono esserci sulla luna. Grazie all'arte, anziché vedere un solo mondo, il nostro, lo vediamo moltiplicarsi..."
      Quando il punto di vista, il mondo a cui l'altro ci introduce è di segno difficile, portatore di quella faccia della realtà con cui è più faticoso e pauroso tenere aperti i legami (la malattia, la morte, l'incapacità, la dipendenza) la letteratura amplifica la sua capacità di mediazione, di introdurre elementi di collegamento, di apertura, di forme di apprendimento attraverso le vie:
      della vicinanza (sì, si può parlare anche di cose difficili, passaggi aspri);
      della distanziazione ( attraverso il prendere le distanze per poter elaborare); della triangolazione (oltre me stesso e la paura c'è il terzo elemento dato dalla storia)

      •  La letteratura come dialogo
      La quotidianità è il nostro vivere ma può rischiare di essere la nostra gabbia rimandandoci un'idea di forte separatezza ed incomunicabilità:. "Io dentro al mio quotidiano, tu dentro al tuo".
      Su questo punto la letteratura spiazza, ci fa confrontare direttamente con l'incrocio di destini, il continuo rifarsi di una storia con l'altra.
      La letteratura si propone come terreno di meticciato, intreccio di confluenze e stimoli. Nasce da un' "impollinazione incrociata" , come si esprime Salan Rusdhie, e si pone come un forte messaggio di non autosufficienza e non autoreferenzialità, uno sprone al dialogo possibile.

      •  La letteratura per bambini e ragazzi
      "La letteratura è una prigione di cristallo" (1) scrive Carmen Martin Gaite nel libro La regina delle nevi. E' qualcosa di separato dalla vita vera, è anche, può anche essere, un territorio riparato e protetto dove provarsi con gli snodi della vita.
      E' questa una delle funzioni più significative che la letteratura assolve nei confronti dei lettori più giovani: aiutare il confronto con le molteplici facce della realtà seguendo la strada della fantasia e dell'immaginazione.
      "Un racconto, un romanzo, una narrazione qualsiasi- dal momento in cui conosciamo gli elementi di base, ossia da quando l'adulto ci introduce nel mondo della fiaba - ci permette di identificarci con la (o il) protagonista e con i fatti dei quali è partecipe. Rispetto al cinema o alla televisione la pagina scritta permette una più vasta possibilità di esercitare il fattore identificazione perché la mente non è sopraffatta dal forte plagio rappresentato dalle immagini"(2)
      Questa identificazione funziona proprio perché supportata dalla separazione dettata dalla pagina scritta e dal ruolo attivo che l'oggetto libro impone al suo lettore. Interrompendo la lettura decidiamo di costruire spazi di riflessione che, partendo da uno stimolo definito, prendono poi strade proprie.
      Perché un libro è senz'altro molto di più che un libro:
      "Un libro è scritto da qualcuno, ha un titolo, è un oggetto che circola in più copie; non tutti i libri sono uguali e quindi non vanno usati tutti allo stesso modo; la lettura è una scelta, un modo per stare insieme, un pretesto per stabilire interazioni con gli adulti o con i pari, un'attività individuale ma regolata anche da vincoli sociali; leggere è essere membri di una comunità, è ascoltare parole che provengono da un testo scritto, è usare ciò che un libro dice per fare dell'altro; leggere è una componente saliente della vita quotidiana" (3)
      Leggere è incontrare altre storie e altri destini in cui riconoscere somiglianze e differenze
      Incontrare una storia che ha tra i protagonisti un bambino o una bambina con un deficit o in una situazione di difficoltà costituisce un opportunità di confronto con chi si presenta con tratti differenti; un confronto mediato che può indurre ad approfondire quanto il racconto propone attraverso il paragone con la propria esperienza di conoscenza diretta di chi quella condizione di deficit o difficoltà vive in prima persona
      "I libri possono aiutare a crescere, incoraggiando e parlando di sé. Per questo sono utili libri che parlano di handicappati. I bambini handicappati nei libri possono essere chiamati "ammalati", e questo è un falso grave perché un bambino handicappato non ha una malattia da cui può guarire: ha un deficit permanente. Ma bisogna dirlo? E come? Quali libri dicono che un bambino è handicappato?"(4)
      Ci sono libri che aiutano un riconoscimento, che sostengono la fatica del percorso di identità, che trovano le parole ed i modi adeguati. Sono questi libri che pur rivolgendosi a lettori giovani, anche molto giovani, affrontano cose che possono far paura, temi importanti affinando le armi della curiosità, della metafora, della libera fantasia. Sono libri che propongono l'intera tavolozza dei colori vitali pur di fronte alla difficoltà e tristezza che tante situazioni raccontate propongono.

      Di questo vorremmo parlare, proponendo due percorsi bibliografici che fanno riferimento al panorama editoriale italiano degli anni '90.
      Il primo affronta il tema della diversità con particolare attenzione a due fasce di lettori i piccoli e i ragazzi verso l'adolescenza. Il secondo presenta una serie di testi in cui lo stesso argomento -diversità- viene affrontato da un angolatura particolare: il rapporto tra generazioni e più precisamente fra nonni e nipoti. Da questo punto di vista i libri diventano occasione per inoltrarsi nel terreno della malattia, della mancanza di autonomia, del prendersi cura.
      Accanto alla segnalazione dei testi trovano posto altri contributi:
      - "C'è cavallo e cavallo" a cura di Lara Dattoli: pezzo sull'utilizzo del libro per bambini in classe come supporto fondamentale per affrontare anche con i più piccoli il tema della diversità;
      - l'articolo "Educare alla differenza" della pedagogista Franca Mazzoli: attraverso la narrazione di storie si può avvicinarsi agli altri;
      - il punto di vista di una case editrice, attraverso le parole della direttrice Arianna Papini, impegnata a curare la diffusione di molti testi che introducono alla riflessione sull'essere e sentirsi diversi;
      - l'intervista ad un autore, Guido Quarzo, molto attento a questi temi;
      - il contributo di Andrea Canevaro, docente di pedagogia speciale, dal titolo "Riduzione dell'handicap".

      Note:

      (1) Carmen Martin Gaite La Regina delle nevi Giunti Fi 1999
      (2) Travolti da insolita passione di Roberto Denti in: LIBER Libri per bambini e ragazzi n.30 aprile-giugno 1996
      (3) I bambini e la lettura. La cultura del libro dall'infanzia all'adolescenza a cura di Vanna Gherardi e Milena Manini 1999 Roma Carrocci Editore
      (4) Handicap e lettura di Andrea Canevaro in : LIBER Libri per bambini e ragazzi n. 2, gennaio-marzo 1989 Comune di Campi Bisenzio Regione Toscana pp.26-30

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      Umano è. Come la fantascienza racconta l'universo-handicap, di Daniele Barbieri – “HP Accaparlante”, 2001, n. 79

      Sommario:
      •  Prefazione, di Valerio Evangelisti
      •  A cinquantamila anni-luce da casa
      •  Con gli occhi degli altri
      •  Gli stereotipi razzisti nella fantascienza
      •  Se ci sveglia Sturgeon
      •  Un filo di bava
      •  Tutti i nostri alieni nel cuscino
      •  Belli, senza eccezioni
      •  Vedere oltre gli occhi
      •  Un cyborg per nemico, un cyborg per amico
      •  La carne e i circuiti
      •  Corpi, sogni, incubi, think tank
      •  Note
      •  Fratelli invalidi
      •  Limbo
      •  Qualcosa che vale

      Il superuomo invisibile, prefazione di Valerio Evangelisti

      Il Superuomo invisibile. Tra i molti romanzi che Daniele Barbieri cita, in questo suo rapido ma enciclopedico excursus sul tema fantascienza / handicap, ce n'è uno che indicherei quale particolarmente significativo.
      È Nascita del superuomo (More than Human , 1953) di Theodore Sturgeon. Una delle opere più belle dell'intera fantascienza, da raccomandare, assieme alle altre di Sturgeon, a chi insiste nel disprezzare questo genere letterario.
      L'aderenza del romanzo alla tematica che ci interessa è evidente. Senza sostituirmi a Barbieri nel delinearne la trama, mi limito a dire che questa vede cinque persone, affette da gravi menomazioni fisiche e mentali (e, in un caso, dall'isolamento derivante da poteri troppo eccezionali), unirsi, superare assieme i propri handicap e formare congiuntamente una nuova entità collettiva: un superuomo dalle capacità illimitate.
      Il pretesto della trasformazione, prettamente fantascientifico, qui non conta. Ciò che conta è la metafora (la grande fantascienza è spesso metafora, per non dire sempre). Le insufficienze possono essere superate mediante la solidarietà. Non quella di chi è o si ritiene "normale" (utile, certo, però in sé non bastevole), ma in primo luogo quella tra chi non viene considerato tale (come se il tasso di "normalità" fosse misurabile).
      Abbiamo assistito, in tempi meno grigi dei presenti, a esempi luminosi di handicap che si traduceva in lotta, in proposta e finiva col conquistare una fulgida dignità. Basti pensare a come le cliniche dirette da Franco Basaglia e da altri psichiatri o antipsichiatri di pari livello seppero trasformarsi, fin dagli anni '60 e per tutti gli anni '70, in centri attivi di elaborazione culturale, in cui l'handicap mentale spariva e la collettività di coloro che ne erano portatori rivendicava orgoglio e intellettualità. E che cos'erano, se non forme di handicap, persino più disprezzate di quelle organiche, le condizioni delle minoranze etniche in tanti Paesi, a cominciare dai neri d'America? Il loro riconoscersi quale collettività diede luogo a una delle rivoluzioni più profonde del secolo appena trascorso, e a una battaglia epica in cui la debolezza fu, tramite la solidarietà, convertita in forza.
      Ma gli esempi sarebbero tantissimi. Alla base, senza risalire troppo indietro nel tempo, la parola d'ordine dei socialisti dei primi del '900: "Proletari, voi siete piccini perché state in ginocchio: alzatevi". Slogan che, nella sua apparente ingenuità e al di là dei suoi specifici destinatari, indica bene la semplice operazione, anzitutto psicologica e personale, necessaria a dare protagonismo a chi vive condizioni di debolezza tanto fortemente imposte da avere finito per introiettarle.
      Anche in questo caso, la fantascienza ci soccorre con un magnifico racconto di Robert Silverberg, Il marchio dell'invisibile ( To see the Invisibile Man , 1963). In una società di poco futura certi crimini - per esempio l'asocialità - sono puniti con la condanna a essere invisibili. Non lo si è realmente; semplicemente, chi circonda il condannato deve fingere di non vederlo. Il protagonista del racconto vive sulle prime con euforia questa sua condizione, che scambia per libertà; poi si accorge dell'intollerabile solitudine che comporta. Giunto al culmine del patimento, commette una follia, il crimine più grave di tutti: ferma un altro invisibile per la strada e lo abbraccia tra le lacrime. Andrà incontro a una condanna peggiore, ma da quel momento subirà la propria invisibilità con orgoglio. Ormai, si intuisce, il sistema è incrinato.
      Vengono in mente Ralph Ellison, Richard Wright e altri scrittori non di genere che hanno trattato dell'"invisibilità" dei neri d'America o di altre minoranze. Raramente, però, il tema della rivolta degli invisibili è stato svolto così bene, e in così poche pagine, come nel racconto che ho citato. Non è solo una metafora: è addirittura una parabola. L'invisibile cessa di essere tale quando prende coscienza della propria dignità e, al tempo stesso, riconosce il proprio fratello. Due processi che ne costituiscono uno solo e che sono alla base dei più importanti sommovimenti socio-culturali del recente passato.
      Va però detto che fantascienza di questo tipo è sempre più difficile da trovare. Per forza: la società ha preso pieghe tali da ricacciare in ginocchio i "piccini", da ricreare sacche di invisibilità, da far pesare le debolezze e da impedire che si riaggreghino in spinta collettiva. Prevale la logica della differenziazione: che ognuno si isoli nella propria condizione, che non cerchi di mescolare la propria vita a quella di altre comunità, sociali, razziali e quant'altro. Razzismo, sessismo, culto della forza, egoismo sembrano essere rimasti l'unica visione possibile della vita.
      Prima o poi, però, qualcuno comincerà a tornare a riflettere sul fatto che le debolezze, le inadeguatezze, gli handicap sono tali solo se vissuti nell'isolamento, mentre si convertono nel proprio contrario se agiti quale energia complessiva e sociale, orgogliosa e consapevole. Allora il Superuomo rinascerà, e questa volta non lo fermerà nessuno.

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      Nuvole diverse. Per un vocabolario dell'handicap e fumetto ,
      “HP Accaparlante”, 2002, n. 84

      Sommario:
      - Presentazione: l'unione fa la forza
      •  A come Amore
      •  B come Bambini
      •  C come Carrozzelle
      •  D come Diversabili
      •  E come Esclusi
      •  F come Fumetto
      •  G come Genitori
      •  H come Humor
      •  I come Integrazione
      •  L come Letteratura
      •  M come Mostri
      •  N come Non Vedenti
      •  O come Obiettivo
      •  P come Political correct
      •  Q come Quore
      •  R come Rat-man
      •  S come Sesso
      •  T come Tabù
      •  U come Uomo Ragno
      •  V come Vecchiaia
      •  Z come Zagor

      L'unione fa la forza, Presentazione di Stefano Gorla e Paolo Guiducci

      È contaminato. Un magnifico assemblaggio armonico di diverse competenze e capacità. La brillante unione tra iconico e verbale.
      È il fumetto, il diversabile dei media.
      Una potenza comunicativa che attraverso l'alternarsi di parole e immagini accompagna lo sguardo e la comprensione del lettore.
      Un linguaggio che evoca, provoca, interpreta e, perché no, argomenta.
      Abbiamo voluto lasciare alla sua voce, ai suoi tentativi tra il goffo e il geniale, il racconto della diversità, dell'handicap, della diversabilità. Alle sue sfrontatezze e alle sue finezze.
      Un dizionario, lettera dopo lettera, per suggerire qualcosa, riempiendo quello spazio bianco tra una vignetta e l'altra: spazio per la riflessione, per riprendere fiato, per cercare un senso e giocare la propria sensibilità.
      Dal primo simpatico personaggio dei fumetti, Yellow Kid, in avanti, strisce, tavole e vignette non hanno mancato di rappresentare la diversabilità, le diverse abilità presenti negli esseri umani.
      Una voce per spostare continuamente la linea di confine tra diversità e normalità.
      Specchio deformato e deformante della società, macchina da sogno, il fumetto ha provveduto a trasformare dei disadattati in supereroi. Uomini alle prese con problemi di natura fisica e psicologica in campioni del genere umano, sono divenuti difensori della terra, barriere contro il male, speranza per i deboli parte del cosmo. A volte ha prevalso il buonismo, un pizzico di pietismo o superficialità, più spesso un crudo realismo narrativo, raramente didascalico.
      Se la diversabilità è quasi trionfalismo nel fumetto a stelle e strisce, in quello italiano non si disdegna la messa in scena dell'handicappato nevrotico, cinico e depresso, senza altra qualità se non quella, irrinunciabile, di essere umano. Così a muso duro.
      Vero realismo che legge la realtà e rivendica il diritto a non essere macchiettizzati.
      Ironici o poetici, i diversabili di carta hanno fatto di volta in volta sorridere, riflettere, commuovere, innervosire, arrabbiare, sghignazzare e ridere, grazie alla potenza dirompente dell'unione tra immagine e parola. Unione che testimonia forza.

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      Immagini latenti. Cinema e disabilità. Monografia , “HP Accaparlante”, 2003, n. 3

      Sommario:
      •  Editoriale
      •  Una rassegna (im)possibile
      •  Difesa del film comico da disabile
      •  Poesie del corpo sperimentale La fantascienza e la reinvenzione biologica
      •  Una folle cineterapia
      •  C'era una volta un paese lontano… Cinema, sordità e identità
      •  I “diversi” nel cinema, di Lars von Trier
      •  Brutti, sporchi e cattivi
      •  I freak , di Tod Browning

      •  Editoriale

      La sezione monografica della rivista è, questa volta, dedicata al cinema e alla diversità, argomento già trattato da HP-Accaparlante ma mai in un modo così completo.

      I testi che trovate oltre sono stati scritti da persone che si occupano professionalmente di cinema o hanno semplicemente una passione per l'ambito cinematografico; ma il loro lavoro è anche frutto dell'incontro con la redazione della rivista, portatrice di una sua specifica conoscenza sulla diversità.

      ...Non si è voluta fare una storia completa sulle forti relazioni che intercorrono tra il cinema e la diversità (la diversabilità, come è uso dire in questo periodo), ma si sono approfonditi alcuni generi (quello comico e quello fantascientifico), alcune tematiche (la sordità e la follia) e alcuni autori (Tod Browning, Lars Von Trier e la coppia Ciprì-Maresco). Abbiamo anche immaginato, come frutto ulteriore di questo lavoro, una rassegna cinematografica (im)possibile.

      •  Una rassegna [im]possibile, di Gianfranco Brogli

      Il mini vince il super perde

      Basso, così / fesso, così / il giorno che è nato per poco non l'hanno buttato / ma poi con l'andare degli anni non è migliorato / il …miniVip / tre volte al giorno cadeva dal suo carrozzino / (…) / ma questo tappo di uno, ci aveva un fratello / che quanto era brutto quest'uno, quell'altro era bello / alto, così / bello così / il giorno che è nato la madre felice ha gridato / venite, venite a vedere che super neonato / il superVip / Avete presento i fumetti di quello che vola? / Il mini era un tappo, il super un fusto / ma chi dei due era il migliore?

      Così inizia la canzone “ Vip ” di Herbert Pagani che accompagna i titoli di testa del film Vip mio fratello superuomo (1968) di Bruno Bozzetto. In questa canzone è riassunto quasi tutto il film, un bellissimo esempio di cinema d'animazione, di genere comico, sulla condizione umana nella società (spietata) dei consumi, che narra la storia di due fratelli: MiniVip, piccolo, piuttosto bruttino, debole e imbranato, e (Super)Vip (nel film viene chiamato alternativamente Vip o SuperVip), alto, bello, forte, allo stesso tempo caricatura di Superman e del mito del supereroe, alle prese con una terrificante maliarda mediatica, Happy Betty, che vorrebbe trasformare il mondo in un supermercato e gli esseri umani in simulacri pilotati dalla pubblicità aventi come unico scopo della loro vita quello di consumare i prodotti “Happy Betty”. Uno degli aspetti più belli, divertenti e dissacratori del film è che il diabolico piano di Happy Betty sarà sventato dall'antieroe MiniVip o meglio grazie alla sua umanità piena di difetti, al suo relazionarsi in modo terribilmente impacciato con il mondo (motivo tipico delle comiche); caratteristiche psicofisiche e atteggiamenti che si trasformeranno (in un'operazione di rovesciamento degli stereotipi) in una forza “involontaria”, una forza che riuscirà a salvare anche la vita del fratello superuomo.

      •  La disabilità: un'immagine latente?

      Vip mio fratello superuomo non è un film sulla disabilità, ma fa pensare ad alcuni aspetti della disabilità in quanto distrugge sia il mito del supereroe (come incarnazione dell'estremizzazione delle qualità normali, socialmente apprezzate e riconosciute, degli esseri umani) sia il mito del brutto e debole incapace di azioni positive; ma, soprattutto, in quanto è un film che prende posizione a favore del “piccolo, brutto, debole e imbranato”.
      Questo film sembra suggerirci l'idea che il rapporto tra cinema e disabilità non vada ricercato in maniera esclusiva in quel cinema che se ne è occupato in maniera esplicita e, conseguentemente, sembra suggerirci l'ipotesi, paradossale e provocatoria, che la disabilità percorra l'intero cinema attraversando indifferentemente generi e autori. Certamente ci sono film che hanno trattato direttamente della disabilità attraverso storie di persone disabili, film anche popolari e famosi. Tuttavia il rapporto tra cinema ed handicap non è scontato e non si coglie in modo immediato (e vedremo che il modo sarà letteralmente “mediato”).
      L'immagine della disabilità nel cinema sembrerebbe avere assunto “trasparenze” che non consentono di coglierla in maniera chiara e nitida, ma che le permettono di sovrapporsi (o nascondersi) ad altre impressionandosi su un gran numero di pellicole. Utilizzando una metafora, l'immagine della disabilità sembrerebbe un'immagine latente: un'immagine cioè presente nell'emulsione di tantissime pellicole non completamente sviluppata – perciò invisibile ad una visione cosciente – ma in grado di giungere, nel momento della proiezione, al (sub)cosciente dello spettatore, nel quale si va a sedimentare come dato dell'esperienza entrando a far parte della sua immaginazione (intesa come facoltà di pensare e associare liberamente e senza regole fisse i dati dell'esperienza). Al rapporto cinema e disabilità si potrebbe dare una “forma” indagando sulla relazione esistente tra l'immaginario della disabilità che ha origine nel cinema e l'immaginario della disabilità come si è formata nella società, cercando di cogliere i meccanismi di scambio di immagini e significati tra l'uno e l'altro, intendendo per immaginario la produzione (da parte del singolo individuo o di gruppi di individui) di simboli, miti, archetipi, narrazioni e forme narrative che ha origine nell'immaginazione mediata sul piano sociale, culturale e storico.
      Più semplicemente tale rapporto prenderebbe forma come possibile risposta alla domanda: “In che modo il cinema, in generale, ha contribuito a creare immagini che poi avrebbero influenzato la percezione della persona disabile e della disabilità? E viceversa?”.

      •  Una rassegna (im)possibile

      Da alcuni anni faccio parte di un gruppo di persone che hanno costituito un cineclub, la cui attività principale è realizzare rassegne cinematografiche a tema. A partire da questa esperienza credo che, per dare forma concreta al rapporto cinema e disabilità, possa risultare utile immaginare di dover realizzare una rassegna cinematografica avente per tema la disabilità.
      La realizzazione di una rassegna a tema passa sostanzialmente attraverso tre fasi: definizione del tema, ricerca dei titoli dei film, selezione dei film tra quelli trovati. Descrivendo queste fasi si possono evidenziare quelle procedure e modalità che mettono in moto alcuni meccanismi di “involontaria” e libera associazione di idee e significati, e che si ritrovano anche nel momento della discussione collettiva, all'interno del cineclub, per la definizione dei contenuti tematici, ma che, soprattutto, si manifestano nella fase della ricerca (collettiva o individuale) dei titoli; meccanismi che portano alla luce, in maniera “imprevedibile”, anche attraverso il “rincorrersi” di ricordi personali, elementi significativi dell'immaginario al quale ciascuno attinge.

      •  La definizione del tema: contenuti e significati (im)possibili

      La definizione del tema di ogni rassegna comprende un'operazione di attribuzione di significati ai film. Organizzare una rassegna, ovvero raggruppare un certo numero di film secondo un tema specifico, si basa sulla possibilità di attribuire a tali film un significato comune, anche se va al di là delle intenzioni degli autori. Questo perché quando le emozioni evocate da un film si sedimentano e si trasformano in ricordi, la memoria attribuisce loro dei significati “veri”, o meglio, plausibili quanto quelli che il regista o lo sceneggiatore hanno attribuito al film, significati soggettivamente veri in quanto si concretizzano entrando a fare parte dell'esperienza delle persone e andando a costituire gli elementi a partire dai quali prende forma l'immaginazione.
      Questa “arbitraria” attribuzione di significati rappresenta un procedimento non ortodosso dal punto di vista della critica cinematografica e molto discutibile su un piano strettamente filologico, ma risponde, in realtà, ad un'esigenza sinceramente sentita: condividere con altre persone un'interpretazione, un punto di vista, uscire da una specie di isolamento emozionale in cui ci abbandona (nonostante la dimensione collettiva della visione cinematografica) il film.
      In questo senso ogni rassegna diviene plausibile e possibile, in quanto trova una coerenza, un fondamento e una ragione d'essere, non tanto e “semplicemente” nel cinema, quanto, più genericamente, nell'immaginario di chi la realizza (magari, in parte, già determinato dalla visione cinematografica). Ma, se per questo motivo ogni rassegna è possibile, per lo stesso motivo ogni rassegna è anche un'operazione discutibile. Analogamente si potrebbe affermare che il rapporto cinema e disabilità è sempre possibile pur essendo – non sempre, ma spesso – discutibile.

      •  La ricerca dei film: “CINEMA+HANDICAP”

      Nella ricerca dei film talvolta si ricorre all'aiuto di strumenti informatici che spesso producono risultati “casuali” e inaspettati. Utilizzare la rete (Internet) e immettere in uno dei tanti motori di ricerca come criterio “cinema+handicap” significa cercare tutto ciò che riguarda il cinema, tutto ciò che riguarda l'handicap e tutte le possibili relazioni tra i termini “cinema” e “handicap” (immettere “cinema+disabilità” restituisce meno informazioni in quanto il termine “disabilità”, in maniera significativa, ricorre molto meno rispetto al termine “handicap”). Una simile ricerca (che andrebbe del resto “affinata”) restituisce un numero esagerato di informazioni dal contenuto estremamente eterogeneo: siti Web dedicati a singoli film, siti di riviste di cinema on line con recensioni di film, siti di festival dedicati al “cinema e handicap”, concorsi cinematografici per disabili, archivi di materiale cinematografico (film in 35 e 16 mm, VHS, Betacam, DVD) sempre dedicati al “cinema e handicap”.
      La stessa ricerca ripetuta attraverso un dizionario di cinema in formato digitale (su cd-rom), restituisce un numero molto più piccolo di titoli di film, ma è interessante constatare come la parola handicap compaia nelle recensioni di film molto diversi tra loro e riconducibili a generi diversi, dal comico alla fantascienza, dal noir all'horror, al thriller. La vastità delle informazioni trovate in questo modo generalmente getta nello sconforto, ma leggerle con pazienza può risvegliare ricordi – sempre secondo i meccanismi dell'associazione libera e involontaria di idee e di significati – che ci rivelano qualcosa sia riguardo al cinema sia riguardo alla nostra personale esperienza della disabilità. Ad esempio, durante una di queste ricerche sono rimasto colpito da un articolo che parlava di film di guerra, facendoli rientrare nella categoria del “cinema e handicap acquisito”, perché, pur non citandolo, mi ha ricordato un film, (che ho visto da bambino e che ho rivisto in seguito) che mi procurò, a suo tempo, una grande impressione: I Migliori anni della nostra vita (1946), di William Wyler, un film bellissimo che racconta le storie di tre reduci di guerra, accomunate dal tema del difficile rientro nella vita civile. La storia che mi colpì maggiormente da un punto di vista emotivo (e che mi ha lasciato molto turbato) è quella del marinaio rimasto privo di entrambe le mani, sostituite con uncini meccanici. Il ricordo di questo film, a sua volta mi ricordava che la mia prima esperienza della disabilità (parlo dell'infanzia) fu legata essenzialmente a immagini di corpi amputati (fatto che mi ha procurato una condizione emotiva fortemente perturbata). Nello stesso periodo in cui ho fatto quella ricerca su Internet stavo leggendo un saggio di storiografia, La guerra come sofferenza e perdita, e fui portato ad associare le due cose. Il ricordo del film e la lettura del saggio mi portarono a pensare alla disabilità come ad una delle possibili condizioni umane, che può sopraggiungere improvvisamente, che può peggiorare o migliorare, e che può essere determinata anche dalla relazione tra la persona e l'ambiente. Poi ho incominciato a pensare al modo in cui percepiamo le deformità del corpo, alle modalità con cui spesso le vengono associate una deformità morale e psichica, e quindi al corpo come luogo dove prende forma l'identità. A questo punto l'associazione con vari film horror o di fantascienza (o il cinema di David Cronenberg) sarebbe risultata “logica e scontata”. Invece mi è venuto in mente il disneyano Biancaneve e i sette nani (1937) (che in quel periodo il mio bambino guardava assiduamente), dove la regina, al culmine della malvagità, si trasforma, da donna giovane, bella e fatale, in una vecchia strega, gobba, dal naso adunco; mi sono venuti in mente anche certi film western dove gli indiani d'America vengono ritratti come ritardati mentali, affetti da balbuzie, grotteschi nei movimenti, elementari nei ragionamenti. Film d'animazione e disabilità? Film western e disabilita? Farsi condurre da questo meccanismo di “libera e involontaria” associazione delle idee, stimolata dall'uso di strumenti informatici, forse stava portando fuori strada? Forse no. Forse veniva confermando l'ipotesi di partenza e cioè che un po' tutta la produzione cinematografica ci possa svelare qualcosa sulla disabilità, anche se non la racconta direttamente attraverso le storie esemplari di persone disabili. In quanto un po' in tutta la produzione cinematografica si trovano tracce di un immaginario che si riferisce alla disabilità, un immaginario in cui si rinvengono visioni del corpo (diverso/mutato/mutante) come luogo dell'identità e come rappresentazione simbolica di qualità psichiche e morali, un immaginario che contiene storie di disagi mentali sospinti al limite della follia, e storie di destini rovinosi, segnati da un corso perverso, originate nel difficile rapporto delle persone con l'ambiente in cui vivono (o sono costrette a vivere).
      A questo punto alla domanda: “Una rassegna di cinema e handicap è allora possibile?” verrebbe da rispondere in modo affermativo.

      •  La selezione dei film: una scelta (im)possibile

      Nella selezione finale dei film intervengono diverse criteri di valutazione: criteri che potremmo definire “logici” (l'affinità del significato generale attribuito al “messaggio” del film con il tema generale della rassegna); criteri estetici (riguardanti la bellezza delle storie narrate oppure la valutazione di valori estetici strettamente cinematografici, quali la qualità della regia, del montaggio, della fotografia); e ultimi, ma non meno importanti, criteri che potremmo definire “tecnici” (come la reperibilità delle pellicole presso le cineteche o i distributori privati). Fatta questa premessa, di fronte al problema della selezione dei film per una rassegna di “cinema e disabilità”, ci troveremo di fronte a tre diverse prospettive.
      Due di queste si pongono al di fuori di quanto sviluppato fino ad ora sul rapporto tra cinema e disabilità, ma vanno comunque ricordate. Una scelta rigorosa e filologicamente corretta si dovrebbe limitare a quei film che trattano direttamente di handicap, che non sono pochi come numero assoluto, ma, relativamente al panorama dei film prodotti, costituiscono una ridottissima minoranza. Una scelta altrettanto rigorosa, ma “estrema” dovrebbe forse selezionare solo i film girati da registi disabili, o con attori disabili, che raccontano storie di disabilità, come viene fatto in alcuni concorsi cinematografici o festival, anche con l'intenzione di dare risalto in questo modo al lavoro delle persone disabili in campo cinematografico. Nella prospettiva messa in luce dalla “nostra” ipotetica rassegna, ci troveremo a scegliere nell'ambito del cinema che non ha trattato direttamente la disabilità, a scegliere quindi tra tutti i film che (loro malgrado) hanno comunque contribuito all'elaborazione di un immaginario della disabilità.
      Ma per quanto detto fino ad ora la scelta dei film dovrebbe essere operata sulla base di un grandissimo numero di titoli, tanto grande da gettarci nello sconforto. Un possibile criterio di selezione potrebbe basarsi sulla distinzione tra film prodotti da un'immaginazione riproduttiva e quelli prodotti da un'immaginazione creativa, ovvero quelli che si sono limitati a mostrare qualcosa già presente nella società e nell'immagine che la società ha prodotto di sé, al fine di costruire e mantenere la propria identità, e quelli che hanno contribuito a creare immagini nuove della disabilità. In realtà i criteri di selezione potrebbero essere molti, talmente tanti da lasciarci anch'essi smarriti e nell'indecisione, perché sarebbe molto faticoso scegliere quello migliore. Ma questo potrebbe essere un falso problema. Il criterio migliore potrebbe semplicemente essere quello che ci permetterebbe di scegliere i film in grado di fornire una (im)possibile risposta alle nostre (im)possibili domande sulla disabilità, o meglio sul rapporto tra cinema e disabilità. Domande come: “Quanto l'abitudine a vedere nel cinema immagini di zoppi, deformi, sfigurati nel ruolo del “malvagio”, può avere influenzato le persone nell'attribuire a individui zoppi, deformi, sentimenti moralmente negativi o ad averne paura e timore?”. Oppure: “Quanto la “riabilitazione” cinematografica , dell'immagine delle persone disabili ha contribuito a creare nella società un percezione nuova della disabilità, meno pregiudiziale, meno stereotipata?”. E numerose altre ancora… O no?

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      Disabili, storie a confronto " Cinema e Handicap ".
      A Genova il primo concorso nazionale di cortometraggio.
      Dieci film in corsa per la vittoria finale

      Raccontare l'handicap attraverso il cinema. Storie, percorsi, desideri. Una scommessa di grande attualità visto il successo di critica e di pubblico di un film "forte" come " Le chiavi di casa " di Gianni Amelio, la stessa sfida che ha dato vita a Cinem/Abili , la prima edizione del concorso nazionale Cinema e Handicap a cura della Co.Ser.Co nell'ambito di un progetto promosso dalla Regione e in collaborazione con la cooperativa Zelig.
      Lanciato quest'estate il bando di concorso rivolto a "cortometraggi di fiction" (premio in palio 1500 euro), sono arrivate una cinquantina di opere da tutta Italia, e fra queste sono state selezionate dieci finaliste che saranno proiettate domani e dopodomani alla multisala Sivori a partire dalle 9,30 (ingresso gratuito).
      Il mondo dei disabili è percepito in modo confuso o parziale - spiega Paolo Caredda, filmaker ed educatore alla Co.Ser.Co, curatore di Cinem/Abili - Questo concorso vuole offrire occasioni di visibilità a tante piccole produzioni ed esperienze che nascono dall'urgenza di comunicare e di rappresentare una realtà. Il nostro obiettivo è far "uscire" le capacità creative e il vissuto emotivo dei disabili. Le opere arrivate non affrontano il tema in modo pietistico ma hanno un approccio ironico, positivo, solare”.
      Il concorso è anche un'occasione di riflessione sul tema. “Tutte le opere partecipanti entreranno a far parte di un archivio sui temi dell'handicap presso la Mediateca del centro civico Buranello di Sampierdarena e saranno consultabili da chiunque voglia approfondire l'argomento” aggiunge Giancarlo Giraud della cooperativa Zelig.

      Raffaella Grassi

      Fonte: Il Secolo XIX del 03/11/2004

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      Speciale. Mostra Internazionale del Cinema di Venezia 2004

      A cura di Alberto Friso
      Disabilità e cinema , un binomio spesso di secondo piano, poco diffuso, forse, sicuramente delicato .
      Sembra allora in controtendenza quanto sta accadendo in questi giorni al Festival di Venezia , dove le pellicole d'autore che hanno a che fare col mondo della disabilità sono ben sei , come non accadeva da molto.
      Addirittura 2 dei 7 titoli presentati dal cinema italiano toccano l'argomento.
      Sempre per dare un po' di numeri, i film in concorso per il leone d'oro che avranno riferimenti alla disabilità saranno 5 su 21, che in percentuale fa addirittura il 23% delle pellicole presentate. Il sesto titolo invece è in programma nella sezione Venezia Digitale.
      Va detto che spesso la tematica è toccata solo molto marginalmente.

      (www.disabili.com)

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      Cinema e disabilità

      Il Sito www.disabili.com ha dedicato uno speciale alla Mostra del Cinema di Venezia 2004 con particolare attenzione alle pellicole che hanno trattato aspetti legati alla disabilità. A tal proposito, disabili.com offre una rassegna di film che riguardano le tematiche della disabilità e della diversità in genere. Sono film drammatici, comici, thriller o commedie che portano un punto di vista diverso nel vivere comune di ogni giorno. Vi invitiamo a consultare il sito.www.disabili.com

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